Da soli non si va da nessuna parte: intervista a Marco Barachini

Da soli non si va da nessuna parte: intervista a Marco Barachini

Il bisogno di cambiamento, di investimenti e di fusioni. Per Marco Barachini, titolare dell’azienda calzaturiera Luciano Barachini di Vicopisano (Pisa), “se le piccole e medie imprese della calzatura non uniranno le forze, il loro futuro sarà breve”. In sintesi: da soli non si va da nessuna parte. Il giovane imprenditore, così, crede fermamente che “le seconde generazioni devono essere coraggiose e prendersi qualche rischio”. Lo sta vivendo sulla sua pelle, subentrato gradualmente ai genitori che hanno fondato l’azienda nel 1973. È questo pensiero “rivoluzionario” che ha guidato i recenti investimenti del brand, famoso per le scarpe indossate da quasi 10 anni dalle candidate al titolo di Miss Italia. L’azienda ha infatti acquisito la distribuzione di due storici marchi italiani: il toscano Sax (2019) e il pugliese Jeannot, pochi mesi fa. Tecnicamente è una licenza, nei fatti è una scelta controcorrente in un momento di crisi globale come quella generata a seguito della pandemia. “Non so se è coraggio o incoscienza”, ci racconta Barachini in questa intervista.

Da soli non si va da nessuna parte

Come avete reagito alle difficoltà post pandemia?

Stiamo facendo molti investimenti. Restiamo attivi. Ora come ora, o investi o sei mangiato. Non è tanto un fatto di disponibilità economica, è una questione di scelte e strategia.

Qual è la strategia vincente per Luciano Barachini?

Se si pensa di andare avanti da soli, ognuno con la propria aziendina, non è possibile. Dobbiamo unirci in qualche modo. L’ideale sarebbe fare delle belle fusioni ma non è facile.

Faccio lezioni all’università in corsi di Business Strategy e sono anni che dico agli studenti che le realtà calzaturiere che non cambiano le proprie strutture aziendali non possono durare più di due o tre anni.

Sinergie e cambiamento

Il futuro del calzaturiero, quindi, sta nelle sinergie?

Lo dimostra il settore automobilistico che, soprattutto negli ultimi anni, ha assistito a operazioni di merger davvero importanti. Nel nostro settore sono solo tre o quattro i grandi gruppi che detengono i maggiori brand della moda. Nell’online si mettono insieme società come Yoox e Net-A -Porter. Noi che siamo più piccoli ci facciamo concorrenza, come 50 anni fa. È un problema di mentalità.

Cosa frena il cambiamento?

La seconda o terza generazione non è abituata al dinamismo. Chi si è trovato a gestire un’azienda già avviata, tirata su grazie ai sacrifici dei propri genitori, non ha mai dovuto rischiare niente. Ma occorre rivoluzionare il sistema e dobbiamo farlo ora.

Sax e Jeannot

Per questo avete scelto di investire nella distribuzione di Sax e Jeannot?

Proprio così. Non è facile trovare le persone che abbiano l’umiltà di dire “non è più tutto mio” per unirsi. Sia in Sax che in Jeannot ho trovato persone con la mia stessa mentalità. Lavoriamo a 4 mani sul prodotto, perché l’obiettivo è che la scarpa mantenga lo stesso DNA. Nella prima settimana di agosto abbiamo fatto un meeting con la famiglia Porta, ovvero chi ha lanciato Jeannot più di 50 anni fa. Mentre lavoravamo ho sentito il progetto plasmarsi. Stavamo condividendo, stavamo iniziando un modo nuovo di lavorare. Il futuro delle piccole aziende è questo: unire le forze per affrontare insieme le sfide del mercato internazionale.

Come vi preparate alle nuove sfide? State apportando cambiamenti interni?

L’obiettivo è aggiungere ogni anno un brand al portafoglio marchi aziendale, ma anche strutturarci con figure che possano aiutarci a gestire questi nuovi processi.

La pandemia ha modificato il vostro modo di fare impresa?

Dobbiamo tornare ai tempi dei nostri genitori, all’umiltà di stare in magazzino fino a tarda notte per fare una spedizione. Prima non lo facevo. Se sono i nostri collaboratori a sacrificarsi di più, devi essere il primo a farlo.

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