Il CETP di Savar: storia di 15 anni di “non completa” operatività

Il CETP di Savar: storia di 15 anni di “non completa” operatività

Il CETP di Savar “compie” 15 anni. E non è ancora completamente operativo. L’impianto di trattamento dei reflui avrebbe dovuto rilanciare la conceria in Bangladesh. Invece ha affossato diverse aziende. In altre parole, molte hanno dovuto affrontare importanti investimenti per abbandonare il vecchio distretto di Hazaribagh. Nel nuovo cluster non hanno, però, trovato quanto atteso. Il Common Effluent Treatment Plant avrebbe dovuto assicurargli il rispetto di elevati standard ambientali. Ma, non essendo ancora completamente attivo, le pelli conciate a Savar non sono accolte così favorevolmente dai mercati internazionali.

Il CETP di Savar

A ripercorrere i primi 15 anni di non completa operatività dell’impianto è Jalaluddin Ahmed, imprenditore del settore e consulente per l’industria della pelle. La sua analisi è pubblicata da theindependentbd.com. Il Common Effluent Treatment Plant si presentava come la soluzione di molti problemi e la via migliore per una crescita dell’industria conciaria bengalese alla luce del trasferimento a Savar delle oltre 200 concerie dall’inquinatissimo distretto di Hazaribagh. Con il nuovo CEPT, inoltre, alle concerie sarebbe stato garantito il rispetto di elevati standard qualitativi. Un sogno che avrebbe comportato importanti investimenti per le aziende. Un sogno che è rimasto tale. Anzi, si è trasformato in una sostanziale illusione.

 

 

L’illusione

Secondo Jalaluddin i problemi emersero subito. L’imprenditore racconta che a seguire lo sviluppo dell’impianto è stato BSCIC, il principale ente di sviluppo pubblico del Paese. Tuttavia, professionisti e operai chiamati a lavorare sul CETP non avrebbero avuto alcuna conoscenza dell’industria conciaria e della sua organizzazione. Nel 2017 l’Alta Corte ordinò a chi ancora non l’avesse fatto di trasferire la propria azienda nel nuovo distretto di Savar servito dal CETP. In 48 ore, racconta sempre Jalaluddin, “le concerie di Hazaribagh sono state chiuse forzatamente scollegando tutte le strutture di servizio presenti”. Al contempo i vecchi macchinari sarebbero stati resi inutilizzabili o distrutti.

Buco nell’acqua

Parallelamente, però, il CETP non era efficiente come avrebbe dovuto essere. E, tutt’oggi, non lo è. “Deve ancora essere reso completamente operativo e manca la conformità ambientale– prosegue l’imprenditore -. Di conseguenza, la nostra pelle non sta ottenendo spazio sui mercati internazionali. Anche l’industria calzaturiera che punta sull’export non è autorizzata a utilizzare la pelle finita prodotta localmente a causa della non conformità”.

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