Levi’s torna in Borsa e si trova subito PETA in casa: gli animalisti pretendono (e con che temi!) la rinuncia alla pelle

Ai piani alti di Levi’s non hanno fatto neanche in tempo a festeggiare il ritorno a Wall Street, che si sono trovati un problema in più da fronteggiare. Lo scorso 20 marzo, a 35 anni dal delisting del 1984, il marchio del denim e dell’abbigliamento da cowboy si è quotato alla Borsa di New York, nell’ambito di un piano di espansione che prevede anche l’acquisizione di nuovi brand. Peccato che, a IPO appena conclusa, Levi’s si è trovato PETA in casa.
La vecchia tattica
La mossa dell’associazione animalista è ormai ben oleata: l’ha già messa in pratica con Prada e Hermès. Qual è la strategia? PETA acquista la quota minima di stock per ottenere il diritto di intervenire all’assemblea degli azionisti. In questo modo, porta in seno all’azienda le proprie rivendicazioni.
L’etichetta della discordia
Gli attivisti di PETA hanno già iniziato a battere la grancassa: pretendono che Levi’s abbandoni l’impiego della pelle per la realizzazione delle etichette dei jeans. In maniera piuttosto curiosa, dobbiamo riconoscere, pur confrontandosi con un marchio che produce calzature, accessori e abbigliamento in pelle, si concentrano su un dettaglio minore. Ma tant’è. PETA, in nome del proprio oltranzismo vegano, chiede al marchio USA che “risparmi” i bovini.
Gli argomenti
Da un’associazione in grado di chiedere agli editori di dizionari di rivedere a loro uso e consumo il lemma “leather”  ci si può aspettare di tutto. E, infatti, anche in questo caso non delude. Nell’appello a Levi’s riescono a inanellare un bel po’ di inesattezze. Due su tutte. PETA sostiene “che la pelle ha un impatto ambientale tre volte più negativo della maggior parte delle alternative vegane”. Dati a sostegno della tesi? Nessuno. Gli animalisti, però, si superano quando scrivono che la pelle “non può essere considerata un mero sottoprodotto dell’industria della carne. È un prodotto co-dipendente e spesso è più profittevole della carne stessa dell’animale”. Chi sa come funziona davvero la filiera carne-pelle e il merito storico e circolare della concia riconosce al volo la panzana. Ma un lettore meno esperto potrebbe cascarci.
Prova di forza
LVMH , Hermès e Prada in passato si sono dimostrati sufficientemente tetragoni da non lasciarsi condizionare nelle proprie scelte dalle piazzate di PETA. Levi’s si trova di fronte a una sfida nuova. Speriamo che si riveli abbastanza forte da non abboccare all’amo.

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