Lo dice The Economist: dobbiamo tutti rendere omaggio alla pelle

Che cosa accomuna l’Elvis Presley di fine anni ’60 e i Run DMC negli anni ’80? Certo, la professione: sono tutti musicisti, per quanto di generazioni e generi diversi. Ma non solo: anche la passione per le giacche di pelle. Ok, questa era facile. Qual è, allora, il fil rouge che unisce il poeta rinascimentale Philip Sidney e le attuali gang di motociclisti? Ma certo: l’abbigliamento in pelle. Perché, checché ne dicano i detrattori, la pelle è storia: dobbiamo tutti rendere omaggio alla pelle.

Dobbiamo tutti rendere omaggio alla pelle

Lo mette nero su bianco 1843, il magazine di cultura e società di The Economist. La pelle è un materiale “preistorico, ancestrale” che accompagna l’uomo dall’alba dei tempi. Forse proprio per questo ha un fascino che nessun tessuto può ottenere. La sua origine animale gli conferisce un’aura quasi magica. Per questo la pelle si rivela “la strada da percorrere: è una prateria adatta ai libertari, ai cowboy e ai motociclisti”, riconosce The Economist. Una identità così forte ha esercitato, nei secoli e nei decenni, un richiamo trasversale, al punto che la pelle per la sua energia evocativa è stata adottata sia “dagli stati autoritari” che dalle “cause ribelli”.

Un tributo da salutare

A chi nella filiera della pelle ci lavora da una vita, a chi la pelle la osserva, la applica e la studia ogni giorno, magari l’analisi di The Economist non dice molto di nuovo. Forse per il pubblico specializzato l’aspetto più interessante è il corredo di immagini che accompagna l’analisi: un viaggio didascalico lungo 500 anni. Ma lasciateci dire che, quando gli attacchi più sconclusionati e superficiali alla pelle arrivano proprio dalla stampa generalista (e ne sappiamo qualcosa), fa semplicemente piacere trovare in rassegna un articolo del genere. Qui il link al pezzo.

 

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