Il boom alla riapertura di Zara e la lezione sul fast fashion

Il boom alla riapertura di Zara e la lezione sul fast fashion

Sarebbe il momento di riportare il dibattito sul fast fashion nell’alveo del fast fashion. La nota finanziaria pubblicata da H&M ai primi di maggio testimoniava l’elemento di crisi di un business model basato sulla distribuzione fisica. Ma il boom alla riapertura di Zara in Francia ci dice che la battaglia più importante va ancora combattuta presso l’opinione pubblica. Perché fin qui, in epoca di Coronavirus, gli strali contro il fast fashion sono arrivati dai player dell’alto di gamma. Ma gli appelli di Giorgio Armani e degli altri esprimono, appunto, un punto di vista speculare: quello del lusso che si vuole affrancare dai ritmi frenetici di produzione e consegna delle collezioni. Se si vuole riportare l’industria della moda entro i confini della sostenibilità, ambientale e sociale, deve innanzitutto essere il mass market a ripensare i propri schemi.

Il boom alla riapertura di Zara

Tutta colpa del “déconfinement”. Lo scorso 11 maggio in Francia si è assistito all’alleggerimento delle misure di quarantena. Pur nella necessaria prudenza, le insegne del retail hanno potuto riaprire i battenti. E, sorpresa, nelle principali città dell’Esagono la gente si è messa in fila sin dal mattino per poter accedere agli store di Zara. Le immagini delle code sono rimbalzate dal web ai media, suscitando un certo dibattito. I debunker si sono messi all’opera perché, come spesso accade sui social, non tutti i video sono attendibili: alcune sequenze, segnala ad esempio 20minutes, provengono dai TG libanesi e riguardano centri commerciali di Beirut. Ma per noi de La Conceria cambia poco. Anzi, la circostanza che scene simili si sono viste in Paesi diversi avvalora l’idea che la questione del fast fashion sia globale.

La questione Fast Fashion

Come è possibile che per persone, presumibilmente impaurite e impoverite, la priorità sia fare shopping da Zara?”, è la principale critica letta in Francia. Ecco, a poche ore dalla riapertura dei negozi in Italia, l’episodio rappresenta una lezione. L’appeal del fast fashion sul pubblico, forte della possibilità di dare varietà al proprio guardaroba con piccoli investimenti, non cala in una fase di crisi economica. Anzi, può solo crescere. Ma – argomento che dovrebbe diventare stella polare prima dei consumatori, poi delle conglomerate industriali di riferimento – se si tiene alla sostenibilità, non si può pensare di trovarla in modelli che antepongono la quantità al valore, il gigantismo alla razionalità industriale. Non basta che rallenti solo il lusso. Né ci si può aspettare che il fast fashion perda qualche giro solo perché Covid-19 indebolisce la capacità di spesa del pubblico. Serve un cambio di paradigma trasversale ai segmenti, oppure ci troveremo davanti a una nuova occasione persa.

Foto da Twitter

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