Per il retail moda italiano la Fase 2 è una “morte annunciata”

Per il retail moda italiano la Fase 2 è una “morte annunciata”

L’annuncio di H&M, intenzionato a chiudere otto store in Italia, è solo l’ultima goccia. La decisione del Governo italiano di far ripartire le insegne del fashion dal 18 maggio, due settimane dopo la fine del lockdown, è un ulteriore fardello su un settore già in ginocchio. Per il retail moda italiano la Fase 2 è una “morte annunciata”. Lo dice Renato Borghi, presidente della Federazione Moda Italia – Confcommercio. “Questo ulteriore slittamento creerà un danno irreparabile: un prevedibile calo dei consumi per il 2020 di oltre 15 miliardi di euro che porterà almeno 17.000 punti vendita ad arrendersi”. Il danno in termini occupazionali? Borghi si aspetta “una perdita di oltre 35.000 posti di lavoro”.

Lo scenario

Di H&M abbiamo detto. Ancora prima del lockdown Geox aveva annunciato la chiusura di 55 punti vendita in Europa. A Repubblica Gianluigi Cimmino (patron del gruppo che gestisce i marchi Yamamay e Carpisa) sintetizza il problema per il settore: “Eravamo pronti a riaprire già il 4 maggio, dopo aver investito milioni nella sanificazione. Ma ora, tra continui rinvii, la stagione dei saldi che si avvicina e il turismo bloccato, sarà dura mantenere la nostra rete dei negozi (circa 200, ndr)”. Le eccezioni sono poche. Casi come quelli di OVS che, in virtù della presenza nel capitale del fondo TIP è addirittura pronto ad acquisire, si contano sulle dita di una mano.

La Fase 2 è una “morte annunciata”

Per questo Borghi, nell’avvicinamento al 18 maggio, definisce la Fase 2 come la cronaca di una morte annunciata. “Non comprendiamo questa inaspettata e inspiegabile decisione di rinviare ulteriormente l’apertura dei negozi – è il messaggio che affida a una nota –, visto che l’INAIL ha classificato il nostro settore a basso rischio e che è già operativo il protocollo del 24 aprile per la riapertura in sicurezza. E neppure comprendiamo perché – conclude – sia prevista una data uguale per tutte le regioni quando invece sono molto diversi i dati epidemiologici di diffusione”.

 

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