Il rebranding non piace: rivolta contro Tapestry. Il ceo spiega: “Non cambia il nome di Coach, ma della holding”

Come è difficile cambiare. La scelta del gruppo Coach di cambiare, a partire dal 31 ottobre, il nome della società che riunisce i brand controllati in Tapestry non solo ha causato una perdita in Borsa del 2-3% ma ha mandato su tutte le furie clienti e addetti ai lavori. Malgrado il ceo Victor Luis abbia spiegato che il riferimento all’arazzo sottintende un prodotto ad alto contenuto artigianale ed artistico dove materiali diversi (ovvero le griffe della holding) concorrono allo stesso risultato, la bocciatura del pubblico è unanime: un nome che suona “vecchio”, secondo le voci raccolte da CNBC. Anche i professionisti del retail si dicono perplessi: Andrea Wasserman, ex manager di Nordstrom e Hudson’s Bay, su Twitter si dice sorpreso “da una scelta bizzarra. Muoio dalla voglia di conoscere la logica”. A spegnere l’incendio ci pensa lo stesso Victor Luis, che in un’intervista a Reuters difende la scelta e spiega che buona parte delle reazioni negative è dovuta a un’incomprensione di fondo: “C’è un equivoco: non stiamo cambiando il nome del brand Coach, ma della società che riunisce Coach, con Stuart Weitzmann e Kate Spade”.

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