La violenza no-fur contro Marc Jacobs è un monito per tutti noi

La violenza no-fur contro Marc Jacobs è un monito per tutti noi

Picchettaggi nei negozi, buffonate alle fashion week, campagne diffamatorie sui social e sui mezzi di comunicazione. A tutto questo siamo ormai abituati. Ma la violenza che si è scatenata contro Marc Jacobs, il suo team e i suoi dipendenti rappresenta un pericoloso salto di qualità. Perché un’organizzazione no fur (che non menzioniamo per non fornire loro ulteriore pubblicità) ha attaccato la sfera privata delle persone, con appostamenti non solo all’esterno degli uffici, ma anche dei domicili. E con proteste sfociate in dimostrazioni simbolicamente aggressive come il lancio di sangue finto sulle pareti di casa.

I no-fur contro Marc Jacobs

Marc Jacobs si è sfogato su Instagram del “bullismo” di cui è stato vittima. Il post, proprio per non offrire un nuovo palco ai carnefici, non spiega le circostanze di tale bullismo. Ci pensa il New York Times a farlo. I militanti della sigla no-fur non hanno perdonato allo stilista statunitense di aver impiegato la pelliccia (materiale che il suo brand non usa dal 2018, se non riciclato) in occasione della collaborazione con Fendi. Per questo ne hanno fatto oggetto di una campagna d’odio a tutto spiano, che non fa distinzione tra la sfera professionale e privata di chi lavora per Marc Jacobs.

 

La violenza no-fur contro Marc Jacobs è un monito per tutti noiLa violenza no-fur contro Marc Jacobs è un monito per tutti noi

 

È violenza

Come riporta NSS, il leader della sigla no-fur non accetta che la sua iniziativa sia definita “violenta”. Per quanto rivendichi che “una decina di arresti” tra i suoi militanti per le vetrine infrante e per le proteste fuori casa sia un prezzo accettabile per la posta in palio. “Dare un monito – cioè – al prossimo che prenda in considerazione l’idea di non rinunciare alla pelliccia”. Se fanno finta di non capirlo gli animalisti, è bene che lo diciamo chiaro e tondo noi. Costringere gli altri “a fare, tollerare od omettere qualche cosa” è violenza privata, secondo il codice penale. Minacciare a mezzo stampa o con pizzini, poi, pone a un livello più alto di quello dei bulli: è un metodo da terroristi.

Foto d’archivio Shutterstock

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