New York Times fa le pulci alle alternative veg e all’Higg Index

New York Times fa le pulci alle alternative veg e all’Higg Index

“Vegan leather, a marketing masterstroke”. A dirlo, scriverlo e condividerlo è The New York Times che continua definendo tutti quei materiali “una trovata di marketing” per suggerire virtù ambientali che non esistono. Virtù comprovate da quello che l’autorevole testata ritiene il vero fronte critico della questione. Cioè: l’Higg Index. Del quale mette sì in risalto alcuni lati positivi. Ma che, come ha già spesso evidenziato con forza l’industria conciaria internazionale, mostra enormi lacune. Vizi di forma attraverso i quali “favorisce fortemente i materiali sintetici ricavati da combustibili fossili rispetto a quelli naturali come il cotone e la lana”. E “come la pelle”.

New York Times fa le pulci all’Higg Index

NYT evidenzia come l’Higg Index sia “un sistema di classificazione introdotto nel 2011 da alcuni dei più grandi marchi e rivenditori di moda del mondo per misurare la sostenibilità”. Un indice autoreferenziale le cui valutazioni sono da sempre sotto accusa di esperti indipendenti e rappresentanti delle industrie di fibre naturali. Per loro Higg Index “giustifica e autorizza il consumo dei cosiddetti materiali alternativi in quanto sarebbero meno impattanti per l’ambiente”. E non è così. Ma c’è di più. NYT evidenzia che a gestire l’Higg Index è la Sustainable Apparel Coalition. In altri termini, un ente che “annovera tra i suoi soci quasi 150 marchi, tra cui H&M e Nike, oltre ai giganti del retail come Amazon, Walmart e Target”. Ed è proprio questo uno dei punti più oscuri.

 

 

Ma quali alternative veg

Per esempio, “Higg Index – scrive NYT – classifica il poliestere come uno dei tessuti più sostenibili al mondo”. “Dice che la seta è 30 volte peggiore dei prodotti sintetici – dice Dileep Kumar dell’International Sericulture Commission -. Qualcuno può davvero crederci?”. In merito alla pelle, già nel 2020 l’industria conciaria di tutto il mondo ha chiesto alla Sustainable Apparel Coalition di sospendere il punteggio negativo assegnato alla pelle perché derivato da “dati non aggiornati, non rappresentativi, imprecisi e incompleti“. Strumentalmente farlocchi, insomma.

Il paradosso

Il paradosso, evidenzia il New York Times, è che la cosiddetta vegan leather, “di solito è fatta di poliuretano”, al quale Higg Index assegna un punteggio particolarmente green. Il che sbatte contro l’ovvietà delle caratteristiche naturali di certi materiali. Per esempio, la pelle. E non a caso, a dimostrare come i materiali alternativi siano composti, in tutto o in parte, di derivati plastici c’è lo studio “Trend Alternatives for Leather” condotto dall’istituto tedesco indipendente di ricerca FILK (Forschungsinstitut für Leder und Kunststoffbahnen) di cui abbiamo scritto qui.

Il calcolo di LHCA

A sostegno, per l’ennesima volta, della reale virtù green e circolare della pelle, arriva LHCA (Leather & Hide Council of America) che sottolinea a The New York Times qualcosa di fin troppo ovvio. Cioè: nel 2020 l’industria della concia ha recuperato circa l’85% delle pelli di animali macellati per il consumo di carne. Mentre 5 milioni di pelli, ovvero circa il 15% del totale, è finito in discarica. Una percentuale che potrebbe aumentare continuando a promuovere le alternative (che non sono) veg, ma piene di derivati plastici.

E quindi?

Secondo NYT, Higg Index, comunque, non è da buttare. “C’è un problema di scarsità di dati che deve essere risolto” spiega Gregory Norris della Harvard School of Public Health. Il quale, poi, conferma che “molte delle preoccupazioni di chi critica l’Higg Index sono valide”. Bene: speriamo solo non sia troppo tardi (per la pelle e gli altri materiali naturali, ovviamente).  (mv)

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