La sneaker tira, ma chi la produce non brilla: il caso Yue Yuen

La sneaker tira, ma chi la produce non brilla: il caso Yue Yuen

La sneaker tira ancora, furiosamente. Ma la sua supply chain non è esente dalle incertezze della congiuntura globale. E, tanto meno, dalle sfide imposte dalla trade war tra USA e Cina. Come risultato, la redditività cala. Perfetta sintesi di questo teorema è il bilancio dei primi nove mesi 2019 di un colosso del sourcing sportivo: Yue Yuen.

Oltre 300 milioni di paia
La multinazionale di Hong Kong, fondata nel 1988 dalla famiglia Tsai, dichiara di avere la più grande capacità produttiva al mondo focalizzata sulle scarpe sportive. Ne sforna oltre 300 milioni di paia l’anno. Si tratta del 20% circa del mercato globale (all’ingrosso). Yue Yuen produce in Cina, Indonesia, Vietnam, Bangladesh, Cambogia e Myanmar. Il principale azionista del gruppo è Pou Chen.

I nove mesi del 2019
Nei primi nove mesi del 2019 Yue Yuen ha registrato ricavi per 7,52 miliardi di dollari, con un incremento del 5,1%. L’utile netto è stato di 269 milioni di dollari: +17,7%. I ricavi dell’attività di produzione di calzature sono aumentati del 4% passando a 4,1 miliardi di dollari. La quantità è cresciuta dell’1,4% a 239,7 milioni di paia. Il prezzo medio di vendita è aumentato del 2,6%: 17,05 dollari al paio. I ricavi delle sneaker, che rappresentano il 43% del fatturato, sono cresciuti del 5%. Nello stesso periodo, i ricavi attribuibili a Pou Sheng, la controllata del Gruppo, che svolge attività di retail, sono aumentati del 14,3% a 2,9 miliardi di dollari, ma se si fa il confronto con la moneta cinese, l’incremento è pari al 20,2%.

Il neo dell’utile lordo
L’unico neo arriva dall’utile lordo dell’attività manifatturiera, diminuito del 2,7%. Nella nota, la società sottolinea come tale decremento sia principalmente dovuto a una combinazione di fattori. Come, per esempio: “la maggiore complessità del prodotto a causa dell’attuale tendenza moda retro”. Poi: “La crescente domanda di un assetto produttivo flessibile come il dual-sourcing” e “lo spostamento della produzione tra Paesi”. Ma la diminuzione è altresì il risultato di sfide derivanti dagli investimenti del gruppo per elevare i livelli di automazione produttiva e di sostenibilità. Tali cambiamenti hanno provocato una temporanea riduzione di efficienza degli impianti di produzione. (mv)

Foto d’archivio

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