Dalla pelle a LVMH: la nostra intervista a Fabrizio Masoni

Dalla pelle a LVMH: la nostra intervista a Fabrizio Masoni

Questa intervista è tratta dall’ultimo numero (3 – 2020) del nostro mensile in abbonamento, La Conceria. Di seguito la potete leggere nella sua edizione integrale. Per dovere di cronaca (e come ricordato anche del testo) ricordiamo che questa intervista a Fabrizio Masoni (Masoni Industria Conciaria) è stata realizzata il 19 febbraio 2020. Prima, quindi, che si scatenasse in Italia l’attuale emergenza.
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Il giorno in cui incontriamo Fabrizio Masoni e la moglie Federica è il primo dell’ultima edizione di Lineapelle. Siamo a Fieramilano Rho, è il 19 febbraio di un anno, il 2020, iniziato tra grandi speranze e, purtroppo, prossimo a sprofondare nella deriva dell’emergenza Covid-19. Quello che si percepisce entrando nello stand della loro conceria, è esattamente quel che, poco dopo, emerge dalle loro parole. Pochi fronzoli, idee chiare, un concreto orgoglio.

Breve sintesi di un’azienda

Fondata nel 2001, Masoni Industria Conciaria, ha raggiunto l’anno scorso un giro d’affari di 47 milioni di euro. Un risultato che nasce da un percorso di «crescita continua – spiega Fabrizio Masoni – sia di produzione che di fatturato, nonostante un piccolo rallentamento l’anno scorso». Un risultato che, insieme a tutta un’altra serie di ragioni, ha portato la conceria di Santa Croce sull’Arno a siglare un accordo particolarmente significativo. A firmarlo, entrando nel capitale di Masoni come socio di minoranza, il colosso francese LVMH, storico cliente della conceria toscana.

La nostra intervista, inevitabilmente, inizia da qui.

Come nasce e in che direzione si muove questa operazione?

«Sono orgoglioso che LVMH mi abbia chiesto di entrare nel capitale. Orgoglioso che l’azienda e la nostra gestione siano piaciute. E orgoglioso del progetto di crescita che abbiamo tracciato insieme. Faremo investimenti, che però noi abbiamo intrapreso in modo indipendente, per esempio avviando a settembre una nuova rifinizione a Castelfranco di Sotto, che ci permette di aumentare la produzione del 30/40%, arrivando ad avere 65 dipendenti. Ed è stato molto apprezzato che abbiamo fatto questa scelta a prescindere dal loro ingresso nel capitale».

In che modo cambia, ora, il modello di gestione aziendale?

«Non cambia. L’autonomia di gestione aziendale resta la stessa. Le nostre pelli saranno vendute a chiunque ci darà la possibilità di inserirle nelle sue collezioni. Non c’è alcuna forzatura da parte dei brand LVMH, che rappresentano circa il 20% del nostro fatturato, ad avere forniture speciali in termini di prezzo e qualità. Certo, abbiamo spazio per lavorare di più, mantenendo, però, tutti i nostri clienti storici».

Il “progetto” Masoni-LVMH riguarda anche la sostenibilità?

«Certo. Sono assolutamente convinto, però, che non esista “la sostenibilità”. Credo fermamente che ogni azienda debba trovare, in questo senso la sua dimensione».

La vostra, qual è?

«Con LVMH stiamo sviluppando un progetto molto importante, indipendentemente dal tipo di concia, al cromo e senza cromo. Ma molto più ampio. Riguarda la valorizzazione dell’acquisto di prodotti idonei, l’utilizzo di energia pulita, un sistema di riciclo dell’acqua. Tanti piccoli accorgimenti, che arrivano fino alla recente dotazione di un parco auto elettriche aziendale. Un po’ come quando si andava a scuola, da piccoli, e ci insegnavano che tanti piccoli gesti, se li facciamo tutti, diventano gesti enormi».

Un suo gesto di questi giorni riguarda l’emergenza Coronavirus: ce lo spiega?

«Questa situazione impatta e impatterà. Anche solo per il fatto che noi vendiamo pelli a chi, a sua volta, vende accessori in Asia e Cina. Tutti questi clienti hanno trasmesso ai loro siti produttivi l’input di rallentare gli stock, si parla di un 30%. E questo input è arrivato fino a noi. Quindi abbiamo deciso di chiudere il venerdì. Si lavora un po’ meno, ma si lavora tutti. Noi concerie di oggi, del resto, lavoriamo con un orizzonte che non è più di 6 mesi: al massimo si arriva a 2 mesi. Ora, questa emergenza dipende da quanto dura. Quindi, per ora non ho limitato l’acquisto di materia prima, ho ridotto la tintura e le fasi finali.»

Cosa significa, oggi, essere un conciatore?

«Da sempre in conceria serve una passione particolare. Ogni pelle nuova che produci è una creatura e la soddisfazione più grossa è quando, come è successo qui a Lineapelle, un cliente che stimi e che ha una esperienza e una conoscenza universale del materiale, ti dice: “Questa pelle è meravigliosa”. La passione ci vorrà in tutti i lavori, ma io conosco questo, uno dei motivi per cui sono stato felicissimo di avviare la sinergia con LVMH sta nel fatto che amo questo lavoro e spero di trasmettere questo mio modo di essere».

Come cambieranno le concerie nel prossimo futuro?

«Da qui a 10 anni le concerie saranno una cosa del tutto diversa. E saranno molte meno. Saranno completamente tracciabili, gestite da “dottori”, ma quelle “vere” faranno ancora “la pelle dei bisnonni”. Cioè: le concerie vincenti saranno quelle che punteranno tutto sulla qualità, perché al prezzo basso non c’è mai fine. Ho visto negli anni alcuni miei concorrenti approcciare clienti con prezzi bassissimi: alla fine si sono fatti male da soli. Perché la qualità vince, e puntare su di essa dovendo garantire vari e alti standard di conformità richiede un costo e un’azienda che faccia le cose fatte bene, come si deve. Per noi, l’ingresso di un socio come LVMH, rappresenta in questo senso una grandissima responsabilità, ma anche una grande occasione di investire in eccellenza».

 

 

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