Dal rating ai possibili crac, la Fase 2 apre nel segno del rischio

L’Italia, coi suoi problemi legati al debito delle aziende (e del Paese). La Germania, che interrompe un processo di crescita decennale. Gli USA, alle prese con una crisi più grave di quella del 2008, e le incognite cinesi. La Fase 2 apre nel segno del rischio. La manifattura moda italiana, che già nell’ultima settimana di aprile ha scaldato i motori, dal 4 maggio torna alla normalità. Ma è una normalità apparente, perché la pandemia di Coronavirus lascia un quadro competitivo globale quanto mai complesso.

La Fase 2 apre nel segno del rischio

L’agenzia di rating Fitch ha declassato i titoli italiani a BBB-, cioè a un passo dalla qualifica di junk (spazzatura). “Il declassamento – si legge in una nota – riflette l’impatto di Covid-19 sull’economia italiana e sulla posizione fiscale dell’emittente sovrano”. Se la valutazione di Moody’s, che aveva conservato il rating, era stata letta come un segno di fiducia, la scelta di Fitch lancia ombre sulla tenuta del Paese. Anche perché, intanto, la compagnia di assicurazione Euler Hermes stima che nel 2020 in Italia le insolvenze aziendali sono destinate a crescere del 20%: tradotto, 14.000 aziende sono a rischio default. Come riporta Italia Oggi, la stessa agenzia prevede a livello internazionale la contrazione degli scambi commerciali del 15%, per un calo dei fatturati delle società in una forbice del 20-30%.

La vicina Germania

Se lo scenario italiano risulta critico, quello della vicina Germania non è poi più semplice. A Berlino, big manifatturiero interconnesso su più fronti con Roma, si prevede per il 2020 un calo del PIL nel del -6,3%: la proiezione pre-Coronavirus era del +1,1%. A proposito di settori tedeschi che dialogano con l’Italia, VDA, l’associazione dell’auto, ha lanciato il grido d’allarme a fronte dei numeri in crollo verticale delle immatricolazioni. Secondo le sintesi de Il Sole 24 Ore, i consumi delle famiglie nell’anno dovrebbero calare del 7,4%, mentre gli investimenti fissi lordi del 5%.

Al di fuori dell’UE

Guardando Oltreoceano, anche gli USA vanno incontro a un periodo di passione: nel primo trimestre dell’anno il PIL ha perso il 4,8%, mentre i consumi sono calati del 7,6%. Ma la consapevolezza è che il secondo andrà molto peggio: secondo Repubblica, alcuni centri di analisi si aspettano il -35%. FED assicura che userà tutti gli strumenti a sua disposizione per attutire il tonfo, ma lo scenario risulta più grave di quello della crisi del 2008. E la Cina, su cui molti fanno affidamento per rimanere a galla? New York Times invita a spegnere gli entusiasmi: “I consumatori stentano a tornare a fare shopping”. Il quotidiano della Grande Mela sostiene che nella Repubblica Popolare il quadro economico non sia quello dipinto dal PCC. A proposito del livello di disoccupazione, ad esempio, NYT scrive che “le statistiche ufficiali, che registrano il 5,9% a marzo, sono notoriamente inaffidabili”, mentre un centro studi calcola “che il tasso di disoccupazione nelle aree urbane potrebbe attestarsi intorno al 20%”.

 

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