D&G e la Cina: “Come una guerra, ma non abbiamo perso clienti”

D&G e la Cina: “Come una guerra, ma non abbiamo perso clienti”

Dalla gaffe Social trasformatasi in tsunami sono passati 14 mesi. Tsunami? Peggio: è stato “come una guerra”. È il novembre 2018. Dolce & Gabbana lanciano la campagna social per promuovere l’imminente grande show di Shanghai. In brevi clip si vede una modella asiatica mangiare (goffamente) specialità italiane. Il registro ironico scatena, però, le ire del pubblico cinese: arrivano minacce e le campagne di boicottaggio. Lo show è annullato. Domenico Dolce e Stefano Gabbana tornano a parlarne con Sette, l’inserto del Corriere della Sera. “I clienti non li abbiamo persi – riconoscono –, chi ci conosce non ci ha mai lasciato”.

Come una guerra
“La storia va letta a distanza. Devi sederti sulla sponda del fiume e aspettare, come dicono gli orientali”, spiega Dolce. Che cosa, lo interroga l’intervistatrice? “Che la follia di ciò che ci è accaduto in Cina diventi solo un ricordo. È stato come tornare dalla guerra: sconfitti, laceri, pieni di ferite – racconta –. Ce le siamo bendate e medicate, ci sono voluti mesi per uscirne. Ma siamo positivi, non abbiamo rancori, abbiamo chiesto scusa nella maniera più onesta del mondo. Basta, finita lì”.

Mai politically correct
Da certe sberle, come è doveroso che sia, si impara. I due designer si dicono pronti a far tesoro dell’insegnamento. Ma non a fare un passo indietro, non a piegarsi. “I video della ragazza che mangia cibi italiani usando le bacchette li avevamo pensati come un tributo al Paese – argomenta Gabbana –. Ma abbiamo imparato che ci sono argomenti che non si devono toccare, perché per gli orientali sono sacri. Siamo diventati saggi, non politically correct. Dolce & Gabbana è un’azienda coraggiosa. Il disastro ce l’hanno augurato in tanti, avrebbero voluto vederci morti perché diamo fastidio”.

D&G è in salute
Stando a quanto riporta Sette, D&G rimane in salute. Il bilancio chiuso lo scorso marzo registra 1,3 miliardi di ricavi, di cui l’80% provenienti dai mercati internazionali. La creatura di Stefano e Domenico è una big, che vuole rimanere autonoma. “Da quando nel 2004 la Borsa ha invaso la moda, siamo stati tentati di vendere, ci hanno sventolato sotto il naso pacchi di soldi che sembravano non finire mai – conclude Dolce –. Abbiamo visto stilisti geniali vendere e pentirsene sei mesi dopo. La moda è finanza? Io penso di no: con le multinazionali finisce che non crei più”.

Nell’immagine, a sinistra i due designer sulla copertina di Sette, a destra nel video di scuse

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