Ancora proteste a Hong Kong e il lusso crolla

Hong Kong, le proteste spingono le griffe a cercare altri mercati

Caos Hong Kong: per il lusso l’incertezza per il futuro pesa di più delle perdite attuali. Stabilire quanto le proteste nell’ex colonia britannica stiano danneggiando le vendite delle griffe d’alta gamma non è semplice. Il caso LVMH è emblematico: nel terzo trimestre è cresciuto ad un ritmo maggiore dei due precedenti. Per Burberry, viceversa, gli analisti di Jefferies hanno confessato a The Telegraph di temere un danno da 100 milioni di sterline per l’esercizio che si chiuderà ad aprile 2020. Tuttavia, hanno affermato gli stessi analisti, circa il 50% delle perdite potrebbe essere recuperato altrove, tra Europa e il resto di Asia-Pacifico. Burberry ha 10 negozi ad Hong Kong che generano l’8% del fatturato complessivo.

Previsioni
Gli analisti si dividono sull’effetto Hong Kong. Ad agosto le vendite al dettaglio hanno segnato un calo del 23%, con l’abbigliamento a -33,4%. Come sottolinea Fashion Magazine, secondo Bernstein l’ex colonia britannica attrae tra il 5% e il 10% dello shopping di beni luxury, stimato intorno a 285 miliardi di dollari l’anno. Rogerio Fujimori, analista di RBC, prevede per la maggioranza dei marchi una contrazione dei fatturati tra il 30% e il 60% nel periodo giugno-settembre. Viceversa, Luca Solca (Bernstein) afferma che “per i gruppi che godono di una rete commerciale ben sviluppata in Asia le proteste ad Hong Kong non vogliono dire necessariamente la perdita di introiti”.

 

 

Il peso dei cinesi
Flavio Cereda
(Jefferies) riporta come il 75% degli acquisti fatti ad Hong Kong è opera dei turisti cinesi, che quest’anno saranno 40 milioni rispetto alla media dei 53 milioni. Cereda conferma l’opinione di Solca, affermando che i gruppi del lusso potrebbero recuperare “oltre un terzo delle vendite perse ad Hong Kong” su altri mercati. In prospettiva futura Hong Kong rischia di non essere più un luogo redditizio dove investire: “I giorni della città come hub di lusso sono contati, e probabilmente i marchi ripenseranno la loro presenza”.  Prada, quotata ad Hong Kong, avrebbe già minacciato di chiudere il flagship store di Causeway Bay alla scadenza del contratto (20 giugno 2020) e il proprietario del locale starebbe pensando ad una riduzione del canone del 44%. Altri marchi starebbero rinegoziando i contratti d’affitto per limare le perdite.

Riflesso sul mercato cinese
Mai indispettire i due litiganti. Un’insidia per il luxury (e non solo) è che ogni piccolo dettaglio, di un comportamento o di una pubblicità, può essere interpretato come una forma di sostegno per i ribelli di Hong Kong dalla suscettibile clientela cinese. E viceversa. Si moltiplicano i casi “sospetti”. Come quello delle scarpe Vans bruciate e gettate via ad Hong Kong perché si sarebbero piegate a Pechino dopo aver ritirato un disegno di scarpe da un concorso perché celebrativo delle manifestazioni in corso nel territorio autonomo. Tiffany è stato costretto a rimuovere un tweet pubblicitario e da qualche giorno è scoppiata la grana del basket americano NBA, che ha coinvolto i marchi di scarpe da basket Anta e Li-Ning. (mv)

 

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