L’intesa Vuitton-Trump divide la moda, Ghesquière va giù pesante

Polemiche per la presenza di Donald Trump da Vuitton in Texas

Critiche: aperte o velate. Prese di posizione a favore. Analisi dettagliate dei pro e dei contro per entrambe le parti. L’inaugurazione del nuovo stabilimento Louis Vuitton in Texas ha innescato un certo dibattito. Complice, inevitabilmente, il taglio del nastro da parte del presidente statunitense Donald Trump. Da un lato, Bernard Arnault e Michael Burke, rispettivamente presidente del gruppo LVMH e della griffe, hanno posato sorridenti durante le foto di rito accanto all’inquilino della Casa Bianca. Dall’altro, in molti hanno palesato le proprie perplessità rispetto a questa scelta dei manager, prendendo le distanze da Trump. Tra questi ultimi, spicca la posizione critica espressa su Instagram di Nicolas Ghesquière, direttore artistico della Donna di Louis Vuitton.

L’analisi di Vanessa Friedman
Louis Vuitton avrà fatto bene a insediarsi in Texas? Quali vantaggi ne può trarre l’amministrazione Trump? Se l’è chiesto la giornalista Vanessa Friedman, che sulle pagine del New York Times, ha raccontato tutti i dettagli della cerimonia di inaugurazione. Friedman ha evidenziato, in particolare, come attraverso questa operazione LVMH sia “il primo grande marchio della moda ad allinearsi pubblicamente con il presidente. Con tutti i rischi e i vantaggi connessi qualora Trump venisse eletto per un secondo mandato”. Friedman ha citato un passaggio dell’intervento di Arnault, nel quale il manager francese si è detto “molto onorato di avere il presidente degli Stati Uniti all’inaugurazione”. “Non sono qui per giudicare la sua politica. Non ho ruoli in politica. Io sono un uomo d’affari. Io cerco di dirgli cosa penso possa aiutare l’economia del Paese e il successo di ciò che stiamo facendo” ha continuato Arnault. Tuttavia, tra chi ha assistito all’evento, c’è chi non ha nascosto i propri dubbi sulla scelta. “È positivo creare più occupazione, ma il valore delle borse di Louis Vuitton è destinato a scendere. L’impressione è che la borsa di alta gamma sia lussuosa quando è stata fatta in Europa, non in Texas” ha riportato Friedman citando una voce tra il pubblico. Dubbi a cui Burke aveva già sostanzialmente risposto poco prima durante un’intervista: “Per ogni persona che si lamenta ce ne sono 99 che apprezzano – ha detto Burke -. Bisogna ascoltare il 99%”.

Ghesquière dice no
Il punto è che in quell’1% che ha assunto una posizione critica c’è (anche) Nicolas Ghesquière, direttore artistico per le linee femminili di Louis Vuitton. Tamison O’Connor riporta su The Business of Fashion che ieri, tre giorni dopo l’inaugurazione, il designer ha preso pubblicamente le distanze dal presidente americano attraverso il suo account Instagram. “In piedi contro qualsiasi azione politica. Sono uno stilista che rifiuta questa associazione #trumpisajoke #homophobia” ha scritto Ghesquière. Un post (a destra, nella foto) che “ha ricevuto elogi da molti personaggi del settore – scrive BoF -, tra cui il direttore creativo degli accessori di Louis Vuitton, Camille Miceli“, che ha risposto all’intervento di Ghesquière con gli emoji delle mani che applaudono e dei cuori. Repliche sono arrivate anche dal direttore creativo di Paco Rabanne, Julien Dossena, dal caporedattore di Out Magazine, Phillip Picardi, dal truccatore James Kaliardos, da Veronika Heilbrunner, dall’ex caporedattore di Elle Anne-Marie Curtis e dalla stilista Rebecca Corbin-Murray. La modella Teddy Quinlivan ha commentato: “Bravo (Nicolas, ndr), grazie per essere stato dalla parte giusta ❤❤”. Né i vertici di Louis Vuitton né lo stesso Ghesquière hanno commentato.

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