CRV? Il nostro retail apocalypse: 17.000 negozi a rischio chiusura

negozi a rischio chiusura

In Italia tre store su quattro denunciano fatturati in calo, per un totale di 17.000 negozi a rischio chiusura. L’impatto del Coronavirus sulla distribuzione italiana si traduce (o, per meglio dire: si potrebbe tradurre) nel retail apocalypse nazionale. È l’allarme che arriva dall’assemblea plenaria di Ecomm Fashion, l’evento online che gli organizzatori di Velvet Media definiscono gli Stati Generali della moda italiana.

17.000 negozi a rischio chiusura

I dati di Federazione Moda Italia parlano chiaro. Dopo il 18 maggio, quando cioè è iniziata la fase 2 della distribuzione, ha aperto il 94% dei 115.000 punti vendita del Paese. Di questi il 76% registra forti cali di fatturato, soprattutto nelle grandi città e nei centri storici dove non si vedono più turisti. Il danno equivale a perdite per circa 15 miliardi, con il rischio di chiusura, dicevamo, di 17.000 store, e la conseguente prospettiva di disoccupazione per 35.000 persone. “I confini tra fisico e virtuale si attenuano – commenta Massimo Torti, segretario generale di Federazione Moda Italia, a proposito degli investimenti nel digitale –. Il negozio fisico non è destinato a tramontare, ma ad evolversi. Evoluzione è il concetto chiave”.

 

 

L’effetto sui calzaturifici

Le difficoltà della distribuzione risalgono inevitabilmente la filiera e colpiscono i produttori. Lo può testimoniare Siro Badon, presidente di Assocalzaturifici che ha quantificato in 1,7 miliardi le perdite della scarpa italiana nel primo trimestre dell’anno. “Ci troviamo chiaramente di fronte a sfide impegnative e definitive nella loro capacità di plasmare l’industria e il mercato – sono le sue parole –. I fattori del cambiamento che ciascuno di noi stava affrontando negli ultimi anni, sono diventati in pochi mesi la condizione normale in cui operano gli imprenditori”. Qualche esempio di repentina innovazione? “L’esplosione dei canali digitali di vendita – conclude Badon –, l’accelerazione e la disintermediazione nei processi di acquisto e la progressiva selezione della distribuzione tradizionale multimarca”.

Foto Imagoeconomica

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