BoF si chiede se finirà l’era della pelle. Noi quando iniziano le domande intelligenti

BoF si chiede se finirà l’era della pelle. Noi quando iniziano le domande intelligenti

Una domanda retorica (molto discutibile) è nel titolo: “È questo l’inizio della fine della pelle?”. Molte domande intelligenti, però, rimangono sottotraccia. Business of Fashion ha pubblicato un approfondimento su Bolt Threads, MyloWorks e tutte le startup che studiano tessuti ricavati dal micelio, la struttura fibrosa dell’apparato vegetativo dei funghi. Be’, c’è sicuramente un dettaglio da salvare nel servizio, lo riconosciamo. BoF precisa che l’espressione “mushroom leather” (che in italiano spesso ricorre come “pelle di fungo”) è “inappropriata”, perché il materiale non è pelle, ne imita soltanto l’aspetto. Sul resto, però, la testata ha preferito volare alto. Troppo alto.

Il tono apocalittico

Insomma, il titolo allude a uno scenario apocalittico: potrebbe essere finito lo spazio per la pelle nel mercato della moda. Leggendo il testo (e ascoltando il podcast) si capisce che non è proprio così. La premessa è che “dopo anni di sperimentazioni, i primi prodotti in micelio arrivano sugli scaffali”. Ci arrivano, però, sotto forma di iniziative speciali di alcuni brand. È ancora tutto da capire se il tessuto di micelio “può diventare mainstream”. Deve prima dimostrare di avere davvero tutte le qualità della pelle (non solo l’aspetto, ma le prestazioni e la durabilità) e, quindi, di poter soddisfare le aspettative del pubblico. Per la fine della pelle, insomma, serve ancora molto tempo.

 

BoF si chiede se finirà l’era della pelle. Noi quando iniziano le domande intelligentiBoF si chiede se finirà l’era della pelle. Noi quando iniziano le domande intelligenti

 

Le domande intelligenti

Nel pezzo di BoF c’è un passaggio, a nostro avviso, rivelatore: “L’innovazione richiede tempo. Il sistema della moda non è abituato ad aspettare, perché ruota intorno alla gratificazione istantanea”. Ecco, è giusto che l’alta moda investa in sostenibilità, ma bisogna chiedersi quanto nella fretta di promuovere come soluzioni definitive materiali sperimentali ci sia il bisogno della “gratificazione istantanea”. Le redattrici di BoF lo ammettono: nell’accelerazione delle iniziative per le alternative alla pelle c’è la pressione del pubblico vegano. Ma allora, per chiarezza e trasparenza, bisognerebbe anche distinguere il wishful thinking (cioè le speranze) dall’analisi industriale.

Gli aspetti da verificare

Che il tessuto di micelio è “non animal based” è un dato oggettivo. Quando BoF scrive che è anche “non plastico” dovrebbe prendersi anche il tempo di specificare in quali proporzioni. Quando poi lo definisce potenzialmente “meno energivoro” e più “eco-friendly” della pelle e delle altre alternative, dovrebbe chiarire di avventurarsi nel campo delle ipotesi. Per BoF il successo del tessuto di micelio passa dal “risultato delle prime sperimentazioni”, dalla “scalabilità della produzione” e, quindi, “dal calo del suo prezzo”. Non solo. Il successo passa dal riscontro dei fatti. Dalla verifica degli slogan. Quando potremo stabilire se la produzione industriale in quantità massive di tale tessuto, non già per produrci poche capsule ma intere collezioni per il consumo globale, sarà davvero più eco-friendly dell’industria conciaria, potremo trarre conclusioni. Oggi è solo un pourparler che disorienta il pubblico generalista, gratifica quello vegano (e fa il gioco delle startup).

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