Il senso di LVMH (e Celine) per il made in Italy, concia inclusa

Sidney Toledano, CEO di LVMH, che commenta l’ultimo stabilimento di Celine in Toscana. Antonio Belloni, direttore generale dello stesso gruppo francese, che fa valutazioni sulla strategicità dei distretti italiani per la manifattura del lusso. Che Oltralpe amino il made in Italy non è un mistero. Figure di vertice della holding che gestisce, tra gli altri, Louis Vuitton e Fendi, ci spiegano perché.

Parola di Sidney
L’inaugurazione della pelletteria di Radda in Chianti non ha nulla di eccezionale per Celine. Di eccezionale ha il ruolo che svolge nella strategia della maison: secondo Les Echos (testata controllata dalla stessa LVMH) fa parte del piano per portare il fatturato di Celine a 2 miliardi di euro in 5 anni. “L’Italia è una parte storica per Celine – spiega Toledano a Les Echos –. La fondatrice Céline Vipiana ha trovato qui un modo unico di lavorare la pelle, nonché un’agilità produttiva figlia dell’organizzazione industriale, che implica una fitta rete di subappaltatori”. Il CEO di LVMH fa riferimento al modello del distretto territoriale.

A proposito di distretti
E qui si innestano le parole al Sole 24 Ore di Belloni: perché gli interessi di LVMH in Italia non si limitano alle attività di Celine. “La logica italiana dei distretti industriali è assolutamente da difendere – spiega il manager –, perché nei distretti si radicano tradizione e saper fare eccellenti. Noi questa logica la apprezziamo da tempo, visto che questo stabilimento produttivo (fa ancora riferimento a Radda in Chianti, ndr) è il 30esimo che apriamo in Italia”. Vale la pena notare che Belloni, scrive il Sole 24 Ore, quando parla di cluster si riferisce al tessile di Prato e alla concia di Santa Croce sull’Arno. C’entra sempre la pelle.

Immagine da account Facebook di Celine

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