Remi (Vera Pelle al Vegetale): lettera aperta a Repubblica Motori

Simone Remi scrive a Repubblica Motori

Le parole che seguono sono di Simone Remi. È il presidente del Consorzio Vera Pelle Italiana Conciata al Vegetale di Ponte a Egola. Remi, che è titolare della conceria Badalassi Carlo, ha diffuso una lettera/comunicato partendo da un caso che chiama in causa la pelle. La sua identità di materiale sostenibile. E la necessità di fare da contrappunto ad alcune dichiarazioni apparse su un quotidiano italiano.

Una lettera/comunicato che trovate qui sotto nella sua interezza.

Le dichiarazioni
“Nell’inserto Repubblica Motori del 10 Luglio 2019 ho letto alcune dichiarazioni del “Designer of the Year 2019” Gerry McGovern e del suo braccio destro Massimo Frascella, direttore del Design in Land Rover. “Personalmente sarei molto lieto di allontanarmi dalla pelle già domani. Non mi piace il fatto che si debbano macellare così tanti capi per creare il nostro cuoio” (McGovern). “Anni fa un divano in pelle era il massimo del lusso, ora nei migliori hotel e nelle case non se ne vedono più, e la stessa tendenza si sta affermando nelle automobili” (Frascella)”.

La necessità di una maggiore cultura
“Sono un conciatore toscano e faccio parte di un Consorzio di 22 aziende artigiane che producono pelle conciata al vegetale, un metodo di conciatura antichissimo e di altissima qualità. I nostri cuoi diventano più belli con l’uso e hanno una durata lunghissima. Colgo l’occasione per esprimere alcune riflessioni (da persona informata) in merito all’argomento. La prima considerazione è che da personaggi così importanti e così in vista mi aspetterei una cultura maggiore riguardo al materiale da loro usato da molto tempo e di cui stiamo parlando: la pelle”.

Un punto di eccellenza
“La totalità delle pelli bovine che le case automobilistiche usano, non provengono da capi macellati per la pelle, ma per l’alimentazione umana. Infatti, le nostre concerie nobilitano un materiale di scarto rendendolo unico e di ineguagliabili caratteristiche e qualità. In Italia l’industria della pelle è uno dei punti di eccellenza del sistema moda mondiale, con un indotto di migliaia di persone, e simili affermazioni (FALSE) rischiano di screditare un intero settore. Ma torniamo alle nostre 22 aziende artigiane che, oltre a essere depositarie di una cultura e di una tradizione millenaria, producono in Italia rispettando le centinaia di normative del nostro Stato, dell’Unione Europea, e di tutti i Paesi dove esportiamo i nostri pellami. Non abbiamo mai cercato facili delocalizzazioni per sfruttare i vantaggi sul costo della manodopera, vantaggi fiscali, o per avere normative ambientali più permissive o addirittura assenti. Depuriamo i nostri scarichi secondo la legge e lo stesso facciamo con le emissioni (negli ultimi anni non tutte le grandi case automobilistiche possono affermare la stessa cosa)”.

Made in Italy, quello vero
“Forse non siamo interessanti per articoli “a tutta pagina” ma noi siamo il vero made in Italy, e i nostri prodotti, vero esempio di economia circolare, sono apprezzati in tutto il mondo soprattutto da chi ha una vera cultura della qualità (ricordo che le parole lusso e alta qualità non sempre possono essere riferite allo stesso prodotto). La nostra pelle vive e racconta il nostro territorio e la nostra creatività ed è qualitativamente superiore a tutti i materiali pseudo-ecologici-sintetici (derivati del petrolio). Sarebbe quindi questo il nuovo lusso? In conclusione, quello a cui oggi assistiamo, a tutti i livelli e in tutti i campi, è un continuo nascere di strane “religioni” che si fanno portavoce di posizioni estreme portate avanti con arroganza, rabbia, ma soprattutto con superficialità. In questo mare magnum le grandi industrie cavalcano molto abilmente le varie correnti senza essere in grado però, forse per interesse, di dire la verità”.

Un esperimento pavloviano
“Le nostre vite sono una corsa al consumo di beni con un ciclo di vita brevissimo, sia per la scarsa qualità dei materiali sia per la continua offerta di nuovi modelli. Siamo come in un esperimento pavloviano, si accende un’insegna e noi compriamo. Non abbiamo cultura del prodotto e della qualità né tantomeno cultura ambientale, protestiamo contro chi volete ma a patto che la nostra bulimia di acquisti rimanga invariata. Perché nessuno dice che occorre “consumare meno e consumare meglio”? Lo andiamo ripetendo da oltre 20 anni nella nostra piccola comunicazione, ma i consumatori, per ignoranza, forse indotta, e i produttori, per interesse, difficilmente lo ammetteranno”.

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