La pelle al vino non esiste più. Wineleather recepisce la diffida di UNIC e cambia nome

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Cassate tutte le diciture come “similpelle”, “ecopelle” e affini. Rimosse tutte le affermazioni tendenziose sulla presunta superiorità del proprio prodotto sulla pelle, fortemente lesive per la conceria. E infine cambiato anche il nome commerciale del materiale stesso, che portava il termine “leather” nel titolo e ora non lo fa più. I lettori ricorderanno la vicenda del fu Wineleather (La Conceria n. 15), prodotto italiano vincitore lo scorso aprile del premio Global Change Award del gruppo H&M. Il progetto, promosso dalla società Vegea, ha sviluppato un metodo che permette di ricavare dalle fibre e dagli oli contenuti nella vinaccia un materiale utile alla moda. Per promuoverlo, però, Vegea faceva abbondante ricorso a definizioni ingannevoli per il pubblico e ad argomenti a dir poco aggressivi nei confronti della conceria. Un esempio su tutti? Sul sito web dell’ormai ex Wineleather si potevano leggere stralci come: “Wineleather risolve anche gli impatti negativi sugli ecosistemi causati dalle industrie produttrici di pelle animale tradizionale, che sacrificano ogni anno milioni di animali, generando inutili sfruttamenti e sofferenze. Inoltre, le concerie, durante la lavorazione delle pelli animali, utilizzano acidi e metalli pesanti che inquinano le acque”. Passaggi del genere, che hanno comunque fatto in tempo a essere ripresi dalla stampa nazionale, non compaiono più nelle pagine informative del sito. L’ufficio legale di UNIC (Unione Nazionale Industria Conciaria) ha diffidato lo scorso 3 maggio Vegea, per il presente e per il futuro, dall’impiegare certi termini e usare certi argomenti. L’azienda ha accolto le richieste di UNIC.

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