C’è vita dopo le gaffe? Le reazioni dei brand dopo i casi blackface: Gucci si riorganizza, Prada non risponde

Prima Prada, con un accessorio per le borse. Poi Gucci, con un maglione che ha scioccato (e, per una volta, non positivamente) il pubblico. L’inverno che si chiude passerà alla storia come quello delle grandi gaffe della moda, cioè quello in cui i brand, si sono trovati a fronteggiare reazioni inaspettate di identità culturali oltraggiate dai loro prodotti. Inaspettate, dicevamo, perché gli uffici stile e marketing sono andati – semplicemente –incontro agli svarioni in maniera inconsapevole.
And now?
È il Financial Times a essersi chiesto come i protagonisti dei recenti “incidenti diplomatici” abbiano reagito agli svarioni. Gucci bene, sostiene il quotidiano. Non impiega designer di colore, ma si impegna a farlo a breve. La griffe toscana ha definito l’episodio del maglione “uno spartiacque” della sua storia, mentre, dopo un meeting sul da farsi tenuto ad Harlem e diretto da Dapper Dan, il ceo Marco Bizzarri è uscito con la consapevolezza di voler assumere personale dedicato alla diversità e all’inclusione. Gucci, riepiloga FT, ha già iniziato percorsi sui temi per il proprio management, mentre struttura progetti di collaborazione con le scuole da tutto il mondo per rendere più variegato possibile il proprio meccanismo di recruiting e pianifica, dal prossimo giugno, corsi per la comprensione della diversità per tutti gli impiegati.
Tirata d’orecchi
Se il quotidiano britannico può registrare (con favore) l’assunzione di responsabilità dimostrata da Gucci, non può fare altrettanto per Prada, azienda che sembra voler “sorvolare” sull’episodio. Il marchio gestito da Miuccia con Patrizio Bertelli non ha risposto alle domande, mentre l’impegno di riforma risulta chiuso con la nomina di un mini-board per l’inclusività. Lo stesso incontro promesso con chi a dicembre ha sollevato lo scandalo blackface, Chinyere Ezie, non risulta che si sia tenuto.
Contesto
Sullo sfondo dell’inchiesta del Financial Times, concentrata per lo più sulle questioni nordamericane, ci sono i problemi incontrati in Cina da Burberry e, soprattutto, Dolce & Gabbana. “I marchi europei si sono velocemente trasformate in aziende globali – chiosa il quotidiano – senza, però, dotarsi di un management dal background culturale globale”. Ma non puoi vendere al mondo, è la sintesi, senza sapere come fare a non offenderlo.

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