La polemicuccia sul feltro di coniglio di Gucci serva da monito

La polemicuccia sul feltro di coniglio di Gucci serva da monito

Certo, in fin dei conti quella sul feltro di coniglio di Gucci è una polemicuccia che non sposta sul piano materiale gli equilibri dell’industria della moda. Ciononostante, rappresenta lo stesso un grande passo falso sul piano simbolico. Anzi politico, oseremmo dire. Per questo ora che il brand di casa Kering ha rimosso dalla distribuzione i contestati (dagli animalisti radicali) accessori con pelo di coniglio, vale la pena trarre dal fatto una lezione di comportamento. Cioè che, a proposito di politica, “a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura”, come diceva Pietro Nenni. Noi potremmo parafrasare così: a vellicare i puristi veg, troverai sempre uno più purista che ti contesta una scelta. E ti mette all’angolo.

 

 

Il fattaccio

Dunque, la vicenda è molto semplice. Per celebrare il capodanno cinese (22 gennaio) e l’anno del Coniglio, Gucci ha presentato una collezione a tema “rabbit”. Peccato che sui social gli attivisti hanno cominciato a montare presto la polemica: “Ma come!? Gucci è fur-free da più di un lustro e nella collezione ci sono prodotti in pelo di coniglio?!”. Dal brand, racconta BoF, hanno provato ad articolare una risposta tecnica: quella non è “pelliccia”, ma feltro di coniglio, perché il pelo non è attaccato alla pelle. Il materiale, aggiungono, è un coprodotto dell’industria alimentare europea. Poca roba. Perché in Gucci hanno badato più al sodo che a difendere la bontà delle proprie ragioni: hanno rimosso alla radice il motivo di imbarazzo ritirando la merce.

A fare i puri…

Quando il CEO Marco Bizzarri spiegò nel 2017 le ragioni dell’adesione di Gucci alla Fur Free Alliance, non si impelagò in considerazioni di tipo etico. Si limitò a dire che considerava il materiale “demodé”. Bizzarri forse non lo sapeva, ma in quel momento forniva un’iniezione impareggiabile di benzina nel motore della propaganda veg. Dalla sua mossa sarebbe sortito un effetto domino di grandi brand pronti a strombazzare l’addio alla pelliccia (di cui spesso non facevano che un uso marginale) solo per “farsi belli” agli occhi di una certa quota di pubblico. Ecco, peccato che quel pubblico è insaziabile: una volta assecondato sulla pelliccia, pretenderà di avere ragione anche sulla pelle esotica, quella bovina, la lana d’angora e la vigogna. E, soprattutto, lo stesso pubblico non riconosce gli argomenti tecnici: li considera sofismi. Quindi non vede neanche la differenza tra feltro e pelliccia. Vorrà solo avere ragione. E se tu gliel’hai data una volta, ti troverai costretto a dargliela ancora. Con buona pace della tua autonomia di scelta.

Foto da Gucci

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